Erano le quattro…
“Oggi la scuola può attendere”. Il bambino si trova all’ombra della Masseria Santa Teresa, una struttura che s’erge imponente come una cattedrale laica tra le terre di San Pietro e quelle di Tuturano. Qui la terra è profonda e il silenzio è rotto solo dal rito antico della vendemmia.
Era un mattino di settembre, di quelli in cui l’aria di San Pietro comincia a tradire la sua natura vernotica, pungendo la pelle con un’umidità che sa di terra bagnata e mare lontano. Erano le quattro. Nel buio pesto dello Scriptorium della mia mente, vedo quel bambino scendere dal carro tra i filari, mentre il mondo rurale si mette in marcia.
Mentre il sole inizia a scaldare i muri spessi della masseria, Il bambino osserva le donne: sono chinate sui filari, le schiene curve in un inchino ancestrale verso la vite. Con una grazia rapida e precisa, le loro mani sfoltiscono le foglie e liberano i grappoli. Sotto la luce radente del mattino, l’uva cambia volto: i chicchi appaiono improvvisamente tondi, gonfi di quella stessa acqua limpidissima che affiora dai pozzi lì vicino, stracolmi a fior di terra. La buccia sembra tendersi fino a quasi scoppiare, rivelando una polpa succosa che cattura l’oro del sole nascente.
Il miracolo non era in paese, tra le mura di calce, ma qui, nel cuore dei terreni. Il bambino corre verso il pozzo del campo, un cerchio di pietra che sembra custodire un segreto d’argento. Non c’è bisogno di calare lunghe catene nel vuoto: l’acqua è lì, stracolma, quasi a fior di terra. È così limpida che, alla luce delle lanterne, sembra un pezzo di vetro liquido che riflette le stelle che stanno per spegnersi.
È un’acqua che affiora con generosità, pura e gelida, pronta a benedire le mani dei vendemmiatori. Il bambino ne tocca la superficie, rompendo quella calma perfetta, e sente la forza di una terra che non ha sete, ma che dona vita in abbondanza. Intorno, il rito della vendemmia ha inizio: il suono secco delle forbici, il brusio delle voci basse, l’odore dell’uva matura che si mescola alla freschezza quasi irreale di quell’acqua sorgiva.
Poi, il ritmo accelera. Gli uomini passano tra i filari come giganti instancabili. Raccolgono i secchi colmi e ne versano il contenuto nelle mastelle.
C’è un ritmo preciso nel sollevare le mastelle cariche per portarle verso il camion: è un movimento di muscoli e coordinazione. Quando l’uva viene finalmente versata nel cassone, il fragore dei chicchi che cadono è il suono della vittoria sulla siccità, celebrata proprio lì, a pochi passi da quei pozzi dove l’acqua affiora ancora stracolma e fresca a fior di terra.
Ecco il momento della prova: con uno sforzo che gonfia le vene del collo, caricano le mastelle piene sulle spalle, portando quel peso con una dignità antica verso il carro. È un suono cupo e fragoroso quello dei grappoli che cadono nel cassone, un tamburo che batte il tempo del raccolto.
Il bambino, fermo accanto al pozzo stracolmo, respira l’odore dolce del mosto che già inizia a profumare l’aria gelida, capendo che la bellezza di San Pietro non sta solo nei libri di storia, ma in questo sforzo corale dove ogni goccia d’acqua e ogni chicco d’uva sono parte di un’unica, grande anima.
In questo lembo di terra tra il casale e il mare, il bambino capisce che la Storia ha i piedi nel fango e le mani sulle mastelle. È la lezione di Santa Teresa: una terra che, se curata con rispetto, risponde con l’oro dei suoi grappoli e l’argento della sua acqua.”
Più avanti: È una scena diversa da quella che si vive nei terreni più distanti, quelli che si spingono fin quasi a sentire l’alito del mare. Lì l’aria è più sottile e salmastra, ma qui, a Santa Teresa, regna la maestosità della pietra e del pozzo stracolmo, dove l’acqua limpidissima affiora a fior di terra come un tesoro custodito dalla masseria stessa.
In questo mattino di settembre, il bambino impara che ogni pezzo di terra ha un suo nome e una sua legge. Santa Teresa con la sua mole e i campi vicino al mare con i loro orizzonti aperti sono le pagine di un unico libro che lui, da grande, avrà il compito di tradurre e proteggere.
Arriva mezzogiorno. Il sole ora morde, e il lavoro si ferma. Ci si siede all’ombra, con lo stomaco vuoto che finalmente accoglie il pane fresco, compagno fedele di ogni fatica. È un momento di silenzio e riposo, dove l’acqua del pozzo, ancora gelida e chiara, serve a lavare via il polverone e la stanchezza.
Poche ore dopo, mentre il sole inizia a calare, si torna a casa. Tutta la famiglia, unita, percorre la strada del ritorno con le ossa rotte ma l’anima piena, sognando già il giorno dopo. Il bambino, fermo nel carro, respira l’odore dolce del mosto e capisce che la bellezza di San Pietro è tutta in questo sforzo corale, dove ogni goccia d’acqua e ogni spalla che regge il peso sono parte di un’unica, eterna anima.
” La strada verso San Pietro “
“Lasciando i terreni verso il mare”, il carro s’immetteva in quella rete di strade che, come scrivevano i cronisti medievali, sono ‘portatrici di ricchezza e di vita’. Per il bambino, la strada verso San Pietro diventava una pagina del De Universo: un cammino che significava la ‘fermezza della fede e della speranza’ nel ritorno al focolare.
Agli incroci, il rito dell’incontro era un frammento di vita comunale. I carri si affiancavano in un turbine di colori e di fatiche, ricordando i fastosi cortei di cavalieri e servitori dipinti dagli antichi maestri. Era un momento di ‘concordia’, intesa proprio come cum chorda: un legame simbolico che teneva unito il popolo della terra alla sua città. Il bambino osservava i volti, simili a quelli dei santi protettori dei viandanti, come San Cristoforo, figura gigantesca che domina le porte delle città per proteggere chi viaggia dai pericoli e dalle ‘morti improvvise’.
Ma superato l’attimo del saluto, il viaggio tornava a essere introspezione. La strada, non ancora lastricata ma fatta di terra battuta che si trasformava in fango o polvere a seconda del cielo, era il luogo della ‘perenne precarietà’. Il bambino sentiva il peso del raccolto come un dono che doveva essere protetto dai ‘ribaldi e banditi’ che un tempo infestavano le vie.
In questo cammino silenzioso, la vista delle mura di calce di San Pietro in lontananza assumeva un valore estetico e spirituale: erano la facciata della ‘casa’ comune, difesa dalla Vergine e dai santi. Il bambino capiva che rientrare in città non era solo varcare un confine fisico, ma partecipare a un progetto di ‘ Buon Governo ‘, dove ogni solco scavato dalle ruote era un atto di giustizia e di amore per la propria patria.

